lunedì 9 novembre 2009

Bodies (Robbie Williams, 2009)


E bravo Robbie. Ancora una volta un pezzo maledettamente orecchiabile. Non il mio preferito nel genere (Tripping era molto più bello), ma piacevole e che cresce con gli ascolti. Il coro è molto accattivante, ma del resto il matto inglese è uno specialista.
Certo, pensare ai tempi di quando era nei Take That desta sgomento... che carriera che si è fatto. Piaccia o non piaccia, il ragazzo ha la stoffa ed ha tirato fuori anche una canzone de brividi come Angels...

Sex On Fire (Kings of Leon, 2008)


Ecco una canzone davvero piacevole. Pop graffiante, il cantante ha una voce particolare che si distingue, il ritmo scorre bene e si ascolta davvero di gusto.
Bravi questi ragazzi, hanno qualcosa da dire.

Guarda il video

Il videoclip... tra banalità ed inutilità


Giorni fa mi è capitato in palestra di vedere sugli schermi MTV senza l'audio... è un'esperienza strana essere privati dell'audio, e si può osservare con un certo sgomento l'imbarazzante qualità media.
La riflessione è nata vedendo l'ultimo video di Madonna... una cinquantenne che si dimena, una serie di immagini inutili.
Senza l'audio che ci possa risollevare possiamo scoprire come ormai l'arte del videoclip sia soltanto l'ostentazione dell'artista (o presunto tale) di turno del proprio ego... i video rap, i video delle cantanti che fanno la faccetta imbronciata e sexy...
Non sono mai stato un fan dei videoclip, ma in molti casi si è assistito ad un concept che evidenziava il messaggio della canzone, che stimolava la fantasia. Ora il 90% delle volte sono solo frenetici primi piani, immagini di lusso sfrenato, tanto ritocco photoshop e tante luci. Che pena...

Matthew ma che fai?

Video ufficiale di Undisclosed Desires dei Muse. Canzone tra le mie preferite del nuovo album, e secondo singolo ufficiale.
Ma che video schifoso hanno fatto? Ok, non hanno mai fatto video bellissimi, ma qui siamo fuori dai limiti della decenza.
Matt, meno funghi magici su.

Fake Plastic Trees

Non servono commenti... pura magia.

Riflessioni a freddo su No Line On The Horizon degli U2


Non ho mai trovato del tutto giusto recensire un album subito dopo l'uscita. Una analisi più obiettiva ed adeguata giunge solo dopo qualche mese, dopo averlo assimilato, amato, ripudiato, riscoperto, metabolizzato. Ora dopo 6 mesi la mia opinione su No Line On The Horizon degli U2 è più chiara.

Gli U2 sono la mia band preferita, ho amato la loro produzione anni '80, ho rispettato e applaudito i rischi degli anni '90 e ho riscontrato inevitabilmente il declino del decennio in corso, dove qualche singolone non compensa album non all'altezza del loro blasone.
Le loro fortune sono nate nonostante limiti tecnici abbastanza evidenti: The Edge non lavora con tantissimi accordi, anche i suoi assoli di chitarra non richiedono una tecnica assurda; Larry Mullen Jr e Adam Clayton sono una sezione ritmica di tutto rispetto ma certo non fanno cose mirabolanti; Bono non è quello che si chiama un cantante con tecnica, ad inizio carriera urlava tanto ma la natura gli aveva dato una bella voce. Eppure questo li ha portati a sviluppare uno stile diverso: "three cords and the truth", canzoni semplici ma piene di emozioni, un suono di chitarra non virtuso ma assolutametne caratteristico ed inimitabile e performance vocali e testi di alto livello.

Il successo costruito negli anni '80 è meritatissimo... ascoltate The Joshua Tree e sentirete quattro musicisti (e due magistratli produttori) che fanno un pezzo di storia musicale.

Quel successo, quella fama, quello status di divinità musicali è ancora meritato?

Ormai parlare degli U2 presuppone di affrontare preliminarmente una figura ingombrante (e non solo di chilaggio)... Bono. Amato ed odiato, il frontman degli U2 è divenuto nel corso degli anni il peggior nemico della band stessa. Troppi non sopportano più il suo essere predicatore (di una causa peraltro nobilissima), il suo essere divenuto la rockstar che sfotteva nello ZooTV Tour. Bono è diventato The Fly... occhiali da sole sempre su, cattivo gusto nel vestire, atteggiamenti da diva. 20 anni fa lo faceva per scherzo, ora lo fa come comportamento di scena standard.
Non parliamo poi della voce... ormai fioco riflesso di una delle più belle e potenti voci rock degli ultimi trent'anni.

Gli ultimi due album erano una roba riuscita a metà: salviamo 10 canzoni in tutto da ambedue.
Bono ormai sembrava metter su solo chili, andare a party di VIP, pranzare con i capi di stato, e fare canzoni con tanti "yeah yeah" e vivere di rendita di essere "Bono" e tutto ciò che questo comporta.
Le prime registrazioni con Rick Rubin sono state messe in un cassetto, non usate, e sono stati richiamati a rapporto Daniel Lanois ed il guru Brian Eno, con compiti anche di scrittura e non solo produzione.
Il primo singolo "Get On Your Boots" era simpatico, ma insomma... 20 anni prima il singolo di lancio di un loro album era "With or Without You".
Con tutte queste brutte premesse, che razza di album poteva venir fuori?

Un album davvero bello, il loro migliore dai tempi di Achtung Baby assieme alla perla Pop.
Si parte con la title track, un rock un po' ambient con tanta produzione sottostante ed un Bono in ottima forma. E' la mia canzone preferita dell'album, crea un "mood" come gli U2 non hanno quasi fatto, tranne in certe canzoni del progetto Passengers con Eno.
Magnificient è la quintessenza degli U2. Riverberi e delay lussureggianti di Edge, un bel bassone di Clayton e un coro accattivante fornito da un Bono che da segnali incoraggianti. Il secondo singolo e la canzone che rimarrà di più di quest'album.

Si arriva poi a Moment of surrender. Ecco, questa è una canzone che si può giudicare solo dopo tanti ascolti. Lunga, struggente, contiene la migliore performance di Bono incisa su nastro da 15 anni a questa parte. Sembra davvero che il cantante sia tornato ai livelli che gli competono, i testi sono un po' più banali dei tempi d'oro ma che diamine... comunicano qualcosa e li canta con una convinzione che cattura l'ascoltatore. La band ed il duo Eno Lanois creano il tessuto musicale di fondo, senza mai portare via l'attenzione da Bono se non in un assolo di Edge in chiaro stile Gilmour... note suonate con molto gusto ma senza virtuosismi.

Unknown Caller è la migliore canzone dell'album, sebbene al primo ascolto non mi sia piaciuta. Innovativa (per gli U2), con l'uso di quei cori, caratterizzata da un buon lavoro di produzione ed un Edge in grande spolvero, che anche in questa canzone (ma come del resto ha fatto per tutta la carriera) suona l'essenziale con il suo stile inconfondibile e con un bel assolo finale.

Si giunge quindi alle tre canzoni centrale, le uniche assieme a Breath non scritte anche da Eno e Lanois. Si sente la differenza, non in senso negativo per forza, ma il suono è meno ricercato, meno corposo e più rockettaro.
I'll go crazy if i don't go crazy tonight è una piacevolissima canzone primaverile, con un bel po' di chitarra acustica, qualche falsettino un po' così di Bono, un testo frivolo con aforismi lanciati qua e la stile The Fly. Carina davvero, una buona rottura di ritmo dopo le prime quattro canzoni, molto lunghe e più impegnative.

Ecco arrivare "Get on your boots". Messa così a quel punto dell'album ci può stare. Tamarra da morire, si lascia ascolare e si batte anche il ritmo ma... non è che sia una brutta canzone, ma è banale per un gruppo che un tempo non si lanciava in canzoni puramente radio-friendly.

Stand Up Comedy
è un pezzo rockettaro un po' anni '70, che si ascolta volentieri ed introduce alla parte finale dell'album. Gli ultimi due lavori degli U2 morivano dopo la quinta canzone... il finale era un po' buttato li (tranne la deliziosa Original of the species).
Qui la questione diventa assai diversa.

FEZ/Being Born è un gioiello di canzone, un sound molto particolare introdotto dalla breve FEZ che con uno stile orientaleggiante e rumori di fondo del mercato della città dove gli U2 hanno composto molte di queste canzoni. La chitarra di Edge disegna suoni che lanciano la mente in un posto diverso, e la voce di Bono fa il resto, qui non costretto a dispiegare la voce in maniera eccessiva e quindi molto a suo agio.

White as snow è un arrangiamento di una celebre canzone folk/sacra, un pezzo crepuscolare, invernale come il titolo lascia intendere, molto intimo e composto e davvero riuscito.

Si ritorna a vedere la luce con la "monumentale" Breathe, uno dei nuovi grandi classici degli U2, che forse non si sperava potessero ancora fare. Invece ci sono tutti gli ingredienti: chitarrona di Edge, bella batteria di Larry ed un Bono ancora una volta in grande spolvero e alle prese con un canto stranamente (per lui) sincopato, un po' in stile Michal Stipe.

Si chiude con Cedars of Lebanon. Una canzone cupa, con un testo affatto banale, una trama musicale interessante ed una interpretazione recitata di Bono che sussurra più che cantare.

Per i "fortunati" che hanno acquistato l'album tramite iTunes c'è anche la versione alternativa della Title Track, arrangiata e supervisionata da Will.i.am dei Black Eyed Peas. Una versione più sbarazzina, non male, ma decisamente un b-side rispetto alla versione dell'album.

Insomma... ormai iniziano ad essere vecchietti, Bono è sempre più la caricatura di se stesso ed il gemello sperduto di Robin Williams (ogni giorno si assomigliano di piu), ma ha ritrovato la voce e sembra anche la voglia. Gli altri tre sono sempre in forma, hanno sempre quelle tre note ma le fanno funzionare. La verità non è più quella di una volta, ormai sono parte del mainstream e sono dei dinosauri, ma hanno ancora qualche cartuccia da sparare....

Analisi di un concerto bellissimo... dei Coldplay???


Faccio una personale ed un po' imbarazzata confessione: ho sempre avuto un debole per i "mielosi" Coldplay. Yellow, The Scientist, Fix You, Trouble... canzoni che adoro. Le adoro al di là della scarsa considerazione che gli estimatori di musica un po' più raffinata hanno per i ragazzotti inglesi. "A rush of blood to the head" è un album che ha segnato un momento particolare della mia vita, di conseguenza si è creato un certo legame con questa band che travalica lo snobismo (per certi versi giustificato).
Ho sempre ritenuto Chris Martin un frontman mediocre, antipatico, incapace di competere con i grossi calibri in circolazione. Live non mi sembravano affatto coinvolgenti, così così.
Sull'onda del bellissimo "Viva la Vida" ho deciso di dare una possibilità a Chris e sono andato ad una data del tour estivo 2009. Beh... come una notte può stravolgere i giudizi.
Due mesi prima ero a Milano a vedere gli U2, miei adorati, e la loro nave spaziale faraonica... con ancora negli occhi e nelle orecchie gli irlandesi (un po' imbolsiti) i Coldplay hanno offerto un spettacolo ed una energia nettamente superiore. Chris Martin è un affabile tarantola sul palco, si muove, fa cantare il pubblico, parla e ringrazia, si scusa di dover parlare in inglese con noi. Un catalizzatore di energia positiva che mi ha sorpreso tantissimo. Mi aspettavo un bambinone montato e non tanto bravo, invece mi ha dato l'impressione di un artista maturato musicalmente e con una notevole carica che ha trascinato il pubblico per quasi 25 canzoni.
Molto bella la scenografia e di altissimo livello le performance. Degne di nota "Fix You", "Yes" (il gioiello della serata), "Cemetary of London", "Politik", "Glass of Water".
Come in una sera una band che era un ascolto casuale ed inconfessabile è diventata una di quelle che si ascoltano con tanto piacere.

In Rainbows... due anni dopo...


Basta leggere il titolo di questo blog per capire come i Radiohead siano una delle mie band preferite, e sotto certi punti di vista LA band preferita. A parte le passioni personali, è innegabile che ormai, sopratutto per noi europei costretti a veder premiati come "band" dell'anno i Tokio M(H)otel, i 5 quarantenni inglesi siano una delle istituzioni musicali mondiali e nonostante la loro categorizzazione "alternative" riescano a creare così tanto seguito e così tanta attesa per i propri lavori.
Inevitabile quindi che il loro ultimo lavoro abbia catalizzato molte emozioni e molto interesse (e non parleremo qui del metodo di distribuzione). Girando un po' per i forum dedicati, sono rimasto sopreso di come in molti casi si sia passati, nei primi mesi, dall'adorazione per l'album a una sorta di presa di distanze un anno o due anni dopo...
Essendo ormai diventati "I RADIOHEAD", quindi una band affermata e con un passato non si può più giudicarli con la freschezza di un tempo: qualsiasi cosa facciano non sarà mai un nuovo Kid/A o un OK Computer (il loro zenit artistico), e anche se faranno un album così così per forza ci "deve essere qualcosa di geniale" perchè l'ha fatta Thom Yorke.
La verità, a mio parere, è che ambedue le cose sono vere. C'è un buon 99% di possibilità che una cosa fatta da il dinamico Thom e l'introverso Johnny Greenwood abbia insito qualcosa di geniale, ma è anche vero che dopo aver raggiunto apici di grandezza musicale epica (i suddetti capolavori del 1997 e del 2000) è difficile continuare a ripetersi.
Ebbene, con In rainbows, è successo: hanno di nuovo fatto un capolavoro. Attenzione: l'album lo è, le singole canzone.. circa. Il bistrattato e poi rivalutato penultimo gioiellino fu Hail to the thief, album con pezzi mostruosi ma con qualche traccia di troppo, idee sublimi ma non sviluppate da par loro, che nell'ascolto complessivo mostrava una certa incoerenza.
In rainbows invece è un album compatto, coeso, che fila lisco, ha un inizio e una fine, un percorso chiaro e limpido. Dopo non averlo ascoltato per qualche mese, giorni fa iTunes mi ha "spinto" a riascoltarlo tutto d'un fiato. "15 step" ti prende subito per la gola, e "Videotape" ti ributta alla realtà con qualche lacrima che scende sul viso. La qualità delle canzoni è tutta altissima, non è stato buttato via un secondo, nulla è sprecato, dalla divina "Reckoner" alla soprendente "Faust Arp".
Sarà pur vero che non c'è un singolone memorabile come "Paranoid Android", sarà pur vero che il loro apice artistico è stato raggiunto 9 anni fa, ma signori... in tempi musicali bui, nei quali proprio un loro urlo di dolore messo in musica viene violentato da un nostro celeberrimo rocker, sapere che i Radiohead sono ancora capaci di fare musica divina è la garanzia che avremo ancora modo di provare emozioni immense. E conoscendo l'instabilità di Thom in materia, non sorprendiamoci se dopo un album musicalmente "accessibile" non gli prenda un trip di ributtarsi in loop digitali stile Kid/A... in ogni caso segua il suo istinto ed il suo genio, sinora non ha mai sbagliato.